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  • Dott. Valentina Fabbrini

    Coach A.T.S.
    Farmacista
    Dottoranda in Morfologia e Morfogenesi Umana
    Dipartimento di Anatomia-Careggi

Cosa s’intende per IPOTENSIONE e come affrontarla ?


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Letteralmente il termine ipotensione indica un abbassamento della pressione di un liquido oppure di un gas entro una cavità naturale dell’organismo; usualmente nel linguaggio medico è sottinteso il riferimento alla pressione arteriosa, nel caso in cui scenda al di sotto dei normali valori fisiologici (100-110 mmHg per la pressione sistolica; 60-70 mmHg per la pressione diastolica).

L’ipotensione, di norma, non costituisce un problema clinico grave, a meno che non dipenda da condizioni patologiche che producono ipovolemia. Così per esempio una diminuizione temporanea della pressione si osserva nello shock, nel collasso, nella sincope. D’altra parte, una ipotensione permanente è associata a numerose situazioni morbose: molte cardiopatie, malattie infettive, malattie endocrine, diverse forme di anemia, alcune malattie del rene e del fegato come pure l’etilismo.
Vi sono tuttavia alcune situazioni che possono favorire l’abbassamento della pressione arteriosa: una di queste è senz’altro il caldo estivo. Per mantenere una data temperatura infatti, il nostro corpo mette in moto dei meccanismi volti alla dispersione di calore, come l’aumento del diametro dei vasi sanguigni. Aumentando così la portata dei piccoli vasi, si assiste ad una riduzione della pressione sanguigna.
Anche l’attività fisica può contribuire all’abbassamento della pressione. Il rischio sale notevolmente quando non si è allenati o si pratica l’esercizio fisico solo saltuariamente, in quanto l’attività fisica provoca la dilatazione dei vasi sanguigni periferici così da aumentare l’afflusso di sangue a livello della muscolatura scheletrica sotto sforzo.
In molti casi invece una diminuizione stabile della pressione arteriosa, con valori di pressione sistolica che possono scendere anche al di sotto dei 100 mmHg, non è espressione di alcuna malattia ma rappresenta un carattere costituzionale: essa si osserva soprattutto in soggetti longilinei, con ipotonia della muscolatura scheletrica. Questa forma di ipotensione, detta primitiva,essenziale o permanente, può non manifestare alcun sintomo ma più spesso determina tutta una serie di disturbi abbastanza caratteristici: facile stancabilità di fronte agli sforzi sia fisici sia psichici, astenia prevalentemente mattutina, tendenza alla depressione, aritmia respiratoria, pallore, estremità fredde.
Questa forma è assolutamente benigna; le statistiche dimostrano che gli ipotesi, a parità di condizioni, hanno maggiori probabilità di vivere a lungo rispetto ai soggetti con pressione arteriosa normale.


La terapia è puramente sintomatica: oltre a misure igienico-dietetiche (vita all’aperto, attività fisica e sportiva moderata, soggiorno in clima montano, dieta integrata con sali minerali, proteine e lipidi), è utile in alcuni casi la somministrazione di simpatico-mimetici in trattamenti ciclici.
L’ipotensione ortostatica è un abbassamento rapido e transitorio della pressione arteriosa che si verifica quando il soggetto passa dalla posizione orizzontale alla stazione eretta. Si tratta di un fenomeno di modesta misura presente anche in soggetti normali, in cui tuttavia il pronto intervento dei meccanismi di regolazione della pressione arteriosa riporta i valori di questa al livello normale. Questi meccanismi consistono essenzialmente in un aumento della frequenza cardiaca, del tono muscolare e in una vasocostrizione ed hanno lo scopo di evitare che, per l’azione della forza di gravità, il sangue tenda a raccogliersi nelle parti inferiori dell’organismo, con insufficiente irrorazione del cervello. In alcuni soggetti invece questi meccanismi sono deficitari, così che si può avere un brusco abbassamento dei valori pressori, anche di 50-60 mmHg. In tal caso compaiono disturbi vari: vertigini, malessere, pallore e lipotimia, ovvero una caduta a terra senza perdita di coscienza. Questo episodio di per sé migliora il ritorno venoso al cuore con la risoluzione dei sintomi. Solo nei casi più gravi, comunque sporadici, si può arrivare alla perdita di coscienza e alla comparsa di convulsioni.





L’ipotensione ortostatica può comparire quale sintomo di malattie nervose o endocrine; più spesso però è indipendente da qualunque causa apparente, probabilmente in rapporto con una scarsa reattività delle trutture nervose deputate al controllo dei valori pressori.
La terapia si può giovare dell’impiego di farmaci simpaticomimetici. In generale i pazienti imparano a evitare l’insorgenza dei sintomi rendendo graduale il passaggio dalla posizione coricata alla stazione eretta ed eventualmente sdraiandosi alla loro comparsa. Può altresì essere d’aiuto l’impiego di calze elastiche contentive, capaci di ridurre la stasi venosa delle gambe.


                                                                                                                                         
 
I RIMEDI CLASSICI

Molteplici sono i rimedi per evitare una recrudescenza di questi problemi.
Innanzitutto è opportuno evitare alcuni comportamenti scorretti, come seguire diete troppo drastiche, fare attività fisica in luoghi troppo caldi o assolati, stare fermi ed in piedi per molto tempo, poiché si rallenta il ritorno del sangue verso il cuore.
I medicinali devono essere assunti invece con cautela e sotto stretto controllo del medico. Trattasi per esempio di simpaticomimetici (efedrina, noradrelina, metaraminolo ecc.), cardiotonici (i digitatici per eccellenza) ed analettici. Questi farmaci aumentano la forza di contrazione del cuore e restringono i vasi sanguigni, tanto che possono essere responsabili di effetti collaterali anche gravi, come l’aumento anomalo del battito cardiaco, sensazioni di ansia o di affanno. Per questo è necessario non abusarne e assumerli solo su prescrizione medica.

 
L’USO DEI RIMEDI VEGETALI

In fitoterapia si parla molto di piante medicinali ad attività tonica e stimolante il Sistema Nervoso Centrale.
Il tono vascolare può essere sostenuto con piante medicinali specifiche come l’ippocastano, il pungitopo e la centella che contengono saponine ad azione vasocostrittrice venosa e quindi facilitano il ritorno del sangue verso il cuore.
Alternative a queste sono le droghe e le metilxantine, ad azione stimolante diretta del sistema cardio-circolatorio: in questo gruppo troviamo il guaranà che contiene nei suoi semi caffeina, teofillina, teobromina, tannini ecc.
Molti sono i soggetti costretti ad assumere costantemente rimedi sintomatici vasocostrittori per ristabilire immediatamente un’accettabile pressione arteriosa. Tuttavia tutti sappiamo che cessato il fugace effetto di queste sostanze torna l’ipotensione e dunque la prostrazione.
Lo stesso caffè è noto da sempre per le sue attività stimolanti il SNC e in dosi superiori a quelle medie determina anche un aumento della resistenza fisica. Castelmann (1991) riferisce che tre tazze al giorno di caffè possono aumentare la pressione anche del 15%.
Il tè contiene mediamente più caffeina del caffè, anche se l’elevato tenore in tannini ne riduce l’assorbimento. Contiene inoltre teobromina e teofillina. Può essere assunto alla posologia media di una tazza da 100 ml di infuso all’1%, tre volte al giorno. L’abitudine di aggiungere latte al tè ridurrebbe inoltre la possibile tossicità dei tannini.
Non va poi dimenticato il cacao che deve le sue proprietà antiasteniche alla caffeina e alla teobromina. La posologia media è di due cucchiaini da caffè al mattino per una tazza di latte scremato. Controindicazioni all’uso del cacao e quindi del cioccolato è la pressione dello sfintere esofageo inferiore.
Il panax ginseng, entrato ormai nella tradizione fitoterapica occidentale, deve la sua fama alle virtù di tonico adattogeno per eccellenza, in quanto reale stimolante neuroendocrino ed immunologico.

Infine nella liquirizia sono le saponine triterpeniche ed i loro metabolici ad avere attività sul riassorbimento del sodio e dell’acqua a livello renale, con conseguente innalzamento della pressione sanguigna. L’effetto si ottiene comunque dopo almeno un mese di terapia a dosi significative.

 
INTEGRAZIONE DI SALI MINERALI
L’atleta o comunque chi svolge regolarmente un’intensa attività fisica dopo il lavoro deve seguire una dieta personalizzata che tenga conto delle particolari esigenze e dei probabili incrementi di ‘bisogni’ imposti dal tipo di pratica sportiva.
Quasi tutti gli sports richiedono pertanto apporti giornalieri più consistenti di: sodio, cloro, potassio, calcio, fosforo, ferro e magnesio (per quanto riguarda i minerali).
Tuttavia, i maggiori problemi derivano dalle condizioni climatiche, in quanto una sudorazione molto intensa e prolungata comporta una perdita di sodio, potassio e cloro, tale da renderne necessaria l’integrazione per evitare tra l’altro di incorrere in una brusca caduta pressoria.
La carenza di sodio provoca insorgenza di stanchezza, crampi ed insonnia; il deficit di potassio altera invece la contrazione muscolare (con particolare riferimento all’eccitazione del muscolo cardiaco e scheletrico).



COME INTEGRARSI
Come già accennato, in caso di attività intensa e protratta nel tempo, specialmente in ambiente caldo-umido (in presenza di forte sudorazione) può essere necessario ricorrere ad un integratore idrosalino: prima, durante e dopo tale lavoro. Anche le riserve energetiche (glicogeno), durante un lavoro intenso di media o lunga durata, possono richiedere un’integrazione. In questi casi, si consiglia di aggiungere all’integratore salino del fruttosio, o preferibilmente delle maltodestrine.
Durante lo sforzo si tende ad assumere bevande ‘leggere’ (poco concentrate) perché più facilmente e velocemente assimilabili; dopo, per reintegrare le scorte, sono vantaggiose quelle più ricche.
La temperatura ideale per tali integrazioni è di 8- 10°C , che ne permette un più rapido utilizzo ed aiuta al contempo ad abbassare la temperatura del corpo. E’ comunque da evitare l’assunzione di bevande ghiacciate che potrebbero provocare problemi digestivi.

 

 

 

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